Quando un paziente va in arresto cardiaco, soprattutto in ospedale, intorno a lui c’è una squadra che cerca freneticamente di non farlo morire: massaggio cardiopolmonare e ventilazione, farmaci, prelievi di sangue, elettrocardiogramma e, talvolta, defibrillazione. Interventi collaudati nei quali, però, uno studio americano (su Lancet) introduce ora una novità importante: la rianimazione cardiopolmonare, che in media dura dai 16 ai 25 minuti, andrebbe prolungata di altri 9: sufficienti a salvare la vita anche quando gli sforzi sembrano inutili.
Gli esperti hanno condotto un’indagine su oltre 64 mila malati in 435 ospedali americani e hanno visto che i pazienti con arresti cardiaci su cui la rianimazione cardiopolmonare era stata prolungata avevano il 12 per cento in più di possibilità di sopravvivere, e senza patire complicazioni neurologiche (è il timore principale, quando il cervello resta privo di ossigeno).
«Su quanto a lungo deve durare la fase di rianimazione non ci sono linee guida, né potrebbero esserci, vista la varietà dei pazienti e delle situazioni» commenta Salvatore Badalamenti, responsabile del dipartimento di emergenza-urgenza dell’Istituto clinico Humanitas. «In Italia, in realtà, prima di desistere si insiste con la rianimazione per circa mezz’ora, più che negli Stati Uniti. Lo studio in ogni caso conferma quanto i minuti extra siano fondamentali, nei casi in cui non si interviene con il defibrillatore, perché permettono al team di soccorso di capire meglio i motivi dell’arresto cardiaco. Se la causa può essere legata ai farmaci, alla disidratazione, a un’emorragia, se c’è un disturbo degli elettroliti... Tutti elementi che in un quarto d’ora non si riescono certo a valutare».
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