La copertina del numero di Panorama in edicola ha suscitato numerose polemiche , spesso senza aver approfondito la posizione del giornale attraverso la lettura dell'articolo. Eccolo in versione integrale
di Barbara Gallavotti
«Mia figlia deve vergognarsi se va a rubare in un negozio, non certo se libera dei cani da una brutta morte». Stefano, il padre di Debora, non ha dubbi: la figlia, arrestata e poi rilasciata insieme ad altri 12 animalisti dopo il blitz nell’ormai famoso allevamento di Green Hill, ha fatto bene. Quei cuccioli di beagle destinati alla sperimentazione andavano liberati: era, semplicemente, la cosa giusta da fare. Il papà di Debora non è l’unico a pensarla così. La battaglia degli attivisti contro l’allevamento di Montichiari, nel Bresciano, è diventata una vera e propria crociata di liberazione animale, raccontata su giornali e tv con immagini toccanti. Mezza Italia si è commossa o indignata, e molti hanno partecipato martedì 8 maggio alla manifestazione nazionale «antivivisezione»: «Green Hill, aprite quelle gabbie».
Un momento: che cosa succederebbe se decidessimo davvero di aprire le gabbie di tutti gli animali? Di fare a meno della miriade di roditori, conigli, cani, scimmie e altre creature dedicate alla ricerca scientifica? «Il nostro è un lavoro indispensabile. È anche grazie al nostro contributo se ci sono farmaci per gravi malattie» hanno replicato i responsabili della società di Green Hill. Difesa d’ufficio? Gli animali di laboratorio, in realtà, ci hanno salvato la vita in innumerevoli occasioni. A cominciare dal vaccino che ha quasi fatto sparire la poliomielite, contro la quale ancora oggi non c’è cura. Negli anni 50 la polio seminava il terrore. In Italia nel 1958 ci fu una punta di 8.300 casi. In Europa dal 1951 al 1955 lasciò paralizzati oltre 140 mila bambini. Oggi la malattia è quasi scomparsa (è endemica solo in Afghanistan, Nigeria e Pakistan). Se verrà cancellata dalla faccia della Terra, come già avvenuto per il vaiolo, lo dovremo a un esercito di animali, fra cui decine di migliaia di scimmie. Solo Albert Sabin, l’inventore del vaccino orale diffuso in tutto il pianeta, ne usò quasi 10 mila, a cui si aggiungono quelle impiegate dal padre di un altro vaccino antipolio, Jonas Salk, e da molti ricercatori che condussero studi in parallelo. Sarebbe stato inaccettabile utilizzare esseri umani in studi così pericolosi.
Possiamo chiederci se, in una medicina altamente tecnologica come quella attuale, il sacrificio degli animali sia ancora necessario. «È inutile illudersi che i test su cellule in vitro e simulazioni al computer possano sostituire i modelli animali. Se decidessimo di farne a meno, dovremmo rassegnarci a tempi di sperimentazione immensamente più lunghi, e a introdurre sul mercato farmaci meno sicuri, senza avere alcuna idea su dosaggi ed effetti collaterali» avverte Roberto Furlan, neuroimmunologo al San Raffaele di Milano. Se si considera che per mettere a punto un farmaco occorrono in media 10 anni, anche solo raddoppiare i tempi fa una differenza inaccettabile.
Un esempio: il tumore all’ovaio colpisce in Italia 5 mila donne all’anno, in Europa ne muoiono 500 al giorno. Dal 2009 molte pazienti possono trarre vantaggio dalla trabectedina, un farmaco sviluppato dal Mario Negri di Milano insieme all’Istituto dei tumori e all’Istituto europeo di oncologia. E questo grazie a centinaia di animali. «Per sperimentare la trabectedina abbiamo trapiantato tumori umani su topi selezionati per non avere difese immunitarie. Ciò ci ha consentito di capire il suo effetto senza interferenze» spiega Silvio Garattini , direttore del Mario Negri (dove in questi test sono stati usati circa 1.500 topi).
Al momento sembra non ci siano alternative: se vogliamo curarci abbiamo bisogno degli animali. A segnare il loro destino è la stessa ragione per cui vorremmo salvarli: ci assomigliano. «Purtroppo l’interazione fra l’organismo umano e le molecole che possono agire da farmaco è molto complessa e le nostre conoscenze sono scarse. Per comprendere l’unica possibilità è provare. I test su cellule e al computer danno informazioni parziali» continua Garattini. A volte gli animali ci assomigliano così tanto da avere le nostre stesse malattie. È il caso dei golden retriever che possono essere colpiti dalla distrofia muscolare di Duchenne. Da anni ricercatori del San Raffaele, insieme a Telethon, stanno sperimentando su 13 di questi cani una terapia promettente basata sulle cellule staminali.
Dal punto di vista della ricerca, però, la risorsa maggiore sono i roditori. Secondo i dati più aggiornati del ministero della Salute (del 2009), in Italia sono stati impiegati 830.453 animali, dei quali 754.118 erano topi o ratti. Perché si riproducono rapidamente, occupano poco spazio, ed è facile renderli portatori di particolari geni, in modo da mimare le condizioni in cui un farmaco agisce nel nostro corpo. Topi geneticamente modificati vengono usati in ricerche sulla sclerosi laterale amiotrofica o sull’Alzheimer. Però i topi non bastano. «I test vanno condotti su più specie perché ognuna ci assomiglia di più per certi aspetti e meno per altri» precisa Garattini.
Anche le normative europee richiedono che nello sviluppo di un nuovo farmaco vengano usate almeno due specie, una può essere un roditore, la seconda deve essere diversa: conigli, ma anche cani o più raramente scimmie.
Il numero degli animali varia a seconda degli studi; nella creazione di un farmaco i roditori oscillano fra 5 mila e 10 mila esemplari, mentre i cani possono essere un centinaio. Questi ultimi sono impiegati nella sperimentazione di farmaci contro le malattie cardiovascolari, come ace-inibitori, beta-bloccanti e statine. Sono anche molto utili nelle verifiche di tossicità e negli studi sull’osteoporosi. Potremmo illuderci che se non avessero lo sguardo umido di un beagle ci spezzerebbero meno il cuore. Gli animali da laboratorio però devono essere simili fra loro, e l’appartenenza alla stessa razza garantisce omogeneità genetica. E devono essere di piccola taglia, per poter essere tenuti nei laboratori. A volte è necessario che siano cuccioli. «Nei test dei farmaci destinati ai bambini bisogna fare ricorso ad animali giovani, per capire come le molecole agiscono su tessuti e organi in accrescimento» dice Paolo Rossi, direttore del dipartimento pediatrico universitario ospedaliero del Bambino Gesù di Roma.
I mammiferi entrano in diverse fasi della lunga sperimentazione che precede la commercializzazione di un farmaco. Possono essere coinvolti nella fase preliminare, quando si cerca di selezionare una molecola per una patologia. E poi più tardi, per mettere a punto le dosi, capire gli effetti collaterali, la cancerosità e i rischi per il feto. Le fasi in vitro e su animali si alternano, ma se si tirano le somme alla fine durano ciascuna due o tre anni, ai quali si aggiungono gli anni dedicati ai test su esseri umani.
Se un cane da laboratorio ci turba, l’idea di usare una scimmia può apparire inaccettabile, visto che con uno scimpanzé condividiamo circa il 99 per cento dei nostri geni. Eppure, se oggi l’aids si è trasformato da condanna a malattia cronica, lo dobbiamo ai farmaci testati sulle scimmie. «Le ricerche sui primati hanno anche portato nuove terapie contro il Parkinson, che consistono nello stimolare direttamente con elettrodi una zona del cervello. Né dobbiamo dimenticare il ruolo degli animali nella ricerca di base, che mira a conoscere meglio il funzionamento degli esseri viventi» sostiene Piergiorgio Strata dell’Istituto nazionale di neuroscienze all’Università di Torino.
Nella ricerca non sempre gli animali vengono sacrificati: a volte ci si limita a osservarne il comportamento. In ogni caso tutte le sperimentazioni devono rispettare regole rigorose: i ricercatori devono comunicare al ministero della Sanità quanti e quali animali sono stati usati, dimostrare che gli studi sono necessari e non esistono alternative, e garantire che le sofferenze vengano minimizzate. A fare da deterrente sono anche i costi: lo stabulario del Mario Negri ospita 10 mila topi, per allestirlo sono stati necessari 1,5 milioni di euro e il costo del mantenimento mensile è sui 100 mila euro: una cifra con la quale si può mettere in piedi un intero laboratorio per la ricerca su cellule in vitro.
«Gli studi su animali sono molto più costosi e difficili di quelli svolti su campioni di cellule, e nessuno si sognerebbe di farne di inutili» afferma Strata. Negli ultimi anni comunque la quantità di animali si è molto ridotta, grazie a tecnologie che permettono di diagnosticare l’effetto del potenziale farmaco. Al Mario Negri 10 anni fa si usavano 120 mila topi all’anno, oggi sono 15 mila. La medicina procede veloce ed è possibile che in futuro conosceremo così bene il nostro organismo e i suoi geni da capire senza troppi tentativi qual è il farmaco più adatto a ciascuno di noi. Allora gli animali non saranno così necessari. Forse, ne potremo fare addirittura a meno.
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