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Perché possiamo dire che il Bosone è nella rete

La "particella di Dio", ormai quasi un'icona pop è dunque stata afferrata. Lo dicono i dati e i grafici presentati oggi a Ginevra al Cern. Anche se la conferma formale della scoperta avverrà solo fra qualche mese

Perché possiamo dire che il Bosone è nella rete Perché possiamo dire che il Bosone è nella rete
di Chiara Palmerini

«Da profano, direi: mi sa che ce l’abbiamo fatta!». Scioglie le riserve con queste parole Rolf Heuer, direttore generale del Cern, dopo quasi due ore di presentazioni di dati e grafici dagli esperimenti che nel grande acceleratore Lhc di Ginevra danno la caccia all’ormai famoso bosone di Higgs. E il pubblico dei fisici presente nell’auditorium di Ginevra risponde con un lungo applauso.
Se ad essere stata afferrata dopo anni di sforzi non è la «particella di Dio”, ormai divenuta quasi un’icona pop, deve essere per forza qualcosa che le somiglia molto.

Infatti l’atmosfera nell’auditorium del Cern di Ginevra, come si è percepito nella diretta web seguita dai fisici di tutto il mondo, era proprio quella delle grandi occasioni: linguaggio misurato, ma forti emozioni. Ad assistere alla conferenza c’era anche Peter Higgs, il fisico ottantatreenne da cui la particella prende il nome, e che più di quarant’anni fa ha teorizzato l’esistenza del bosone. È stato ripreso mentre si asciugava una lacrima alla fine degli interventi dei colleghi «sperimentali» che, facendo scontrare fasci di particelle nel ciclopico acceleratore nel sottosuolo di Ginevra, sembrano finalmente aver trovato conferma di questa sua fondamentale previsione teorica. «È veramente incredibile che sia accaduto durante la mia vita» ha detto congratulandosi con loro.

L’attesa e il grande fermento della vigilia non sono insomma andate delusa. L’americano Joe Incandela, a capo dell’esperimento Cms, e l’italiana Fabiola Gianotti, a capo dell’esperimento Atlas, i due principali strumenti che inseguono la particella di Dio, hanno presentato dati che entrambi hanno definito «preliminari», ma nello stesso tempo «forti» e «solidi». L’impressione è anche che la scoperta sia giunta prima e in modo più netto di quanto gli stessi fisici si aspettavano. «La cosa incredibile è che abbiamo finito di prendere i dati solo due settimane fa. E solo una settimana fa abbiamo visto che c’era qualcosa» commenta al telefono da Ginevra Nadia Pastrone, responsabile del gruppo italiano che lavora all’esperimento CMS, alla fine della conferenza.

Anche se, paradossalmente, la notizia rimane, per così dire, non ufficiale. Nel linguaggio della fisica, come recita il comunicato diffuso dal Cern a seminario ancora in corso, ci sono forti indizi della presenza di «una nuova particella attorno alla regione di massa di 126 GeV» (GeV sta per gigaelettronvolt, unità di misura dell’energia delle particelle subatomiche). Deve essere un bosone, il più pesante mai osservato, e proprio del tipo di cui si andava in cerca. E inoltre, cosa fondamentale, la stessa osservazione è venuta da due esperimenti che hanno lavorato in modo completamente indipendente.

La conferma formale della scoperta, in ogni caso, è attesa tra pochi mesi. «Ora ci sarà da capire se la particella che vediamo ha proprio le caratteristiche del bosone di Higgs, o se si apre invece la possibilità di esplorare fenomeni non previsti dalla teoria» continua Pastrone. E raccogliere ancora altri dati per poter dire con assoluta sicurezza, e infine ufficialmente, che davvero il pesce più grosso della fisica contemporanea, la particella di Dio, è nella rete.

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