Yappy Hour. È l’ultima mania made in Usa. E non è altro che la versione «canina» dell’Happy Hour (da «yap», abbaiare). Ne vanno matte le signore di Manhattan e dintorni, indaffaratissime nel mettere a segno pause relax e svaghi di ogni tipo per i propri pargoli a quattro zampe. Bizzarrie? Ovvio. Ma quel che è certo è che il mercato intorno agli animali domestici non conosce crisi. Nemmeno nel nostro Paese. Con realtà di ogni tipo pronte a puntare su una nicchia in crescita. Come Regina Re di Damiano Materna, nata ai primi dell’anno per realizzare accessori superlusso per cani fortunati (con collari su misura nei pellami più preziosi a partire da 200 euro) e sbarcata in pochi mesi da Barneys a New York o da Harrods a Londra.
Ma quanto vale l’intero mercato di riferimento? Almeno 3,5 miliardi di euro l’anno (stime Zoomark, fiera di settore al via il 9 maggio 2013 a Bologna). «Nel 2011 il solo fronte alimentare ha assorbito 1,6 miliardi di euro con un balzo del 45 per cento rispetto ai livelli del 2007» racconta Luigi Schiappapietra, presidente di Assalco, l’associazione nazionale imprese per l’alimentazione e la cura degli animali da compagnia. «Ma al momento solo il 60 per cento dei nostri cani e gatti (a cui si deve la quasi totalità dei consumi di pet food) sono nutriti con alimenti industriali contro una media dell’80 per cento nei paesi occidentali.
Il resto delle pappe è frutto di preparazioni casalinghe o arriva dai classici avanzi». L’evoluzione è in atto. Con sempre più proprietari pronti a mettere mano al portafogli per garantire una nutrizione corretta ai propri beniamini. Questione di palato. Ma anche di salute. Non è un caso che l’Unione Europea abbia introdotto ai primi dell’anno un sistema di etichettatura per i mangimi uguale per tutti in grado di guidare i singoli nella scelta dell’alimento più adatto per il proprio pet. «Gli animali affetti da diabete possono mangiare solo determinati cibi, quelli con problemi ai reni altri e così via» continua Schiappapietra. Che calcola in una cinquantina le aziende italiane attive su questo fronte su un totale di 7.628 stando ai dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano per Panorama. La maggioranza è fatta da botteghe per la vendita al dettaglio di animali di piccola taglia, accessori di ogni tipo o altro. Anche se a prendere piede sono pure le catene come Arcaplanet, partecipata dal fondo di private equity Motion.
«Sono gli studi veterinari l’unico anello debole del sistema» interviene Marco Melosi, presidente dell’Anmvi, associazione nazionale medici veterinari italiani che lamenta un numero eccessivo di professionisti: 29 mila circa con un migliaio di neolaureati in più all’anno in uscita dalle 13 facoltà sparse sul territorio (in Francia sono 3, in Germania 5). «C’è un rischio di saturazione del mercato» denuncia: «L’Iva al 21 per cento, come gioielli e auto di lusso, e la detraibilità delle cure mediche con il tetto a 50 euro al netto di franchigie varie sono inaccettabili» attacca. E ricorda che le spese veterinarie sono finite persino nel redditometro sperimentale al via nel 2012. Potrebbe essere un boomerang con un tasso di abbandoni in progressione.
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