Vi capita mai di trovarvi nel mezzo di una frase e chiedere al vostro interlocutore: "Scusa, cosa stavo dicendo?". Quando un po' di episodi simili capitano a breve distanza l'uno dall'altro di solito ci preoccupiamo pensando di avere qualcosa non va nel cervello. In realtà la perdita di quella memoria volatile che utilizziamo continuamente per eseguire i compiti più semplici e per muoverci nel mondo è probabilmente causata dallo stress.
Nemico giurato dell'attenzione, indiziato numero uno quando avvengono incidenti sul lavoro, sappiamo da parecchio tempo che lo stress ha un'azione di disturbo sulla nostra memoria a breve termine, quella che serve a immagazzinare temporaneamente i ricordi e a occuparsi di una prima gestione delle informazioni. Mentre però finora la ricerca aveva ipotizzato che lo stress agisse sopprimendo l'attività della corteccia prefrontale, che sovraintende a questa fondamentale "memoria di lavoro", lo studio svolto dagli psicologi dell'Università del Wisconsin-Madison, e pubblicato su PLOS Computational Biology, rivela che l'effetto si fa invece sentire sui singoli neuroni ed è più una distrazione che una soppressione.
I neuroni della corteccia prefrontale funzionano come una sorta di lavagnetta dove appuntiamo le cose che dobbiamo ricordare per un po' e che poi cancelliamo per far posto agli appunti successivi. Come fanno le cellule cerebrali a mantenere l'accesso a queste informazioni? Autostimolandosi continuamente, con un perpetuo invio di impulsi elettrici, tipici dell'attività cerebrale. In situzioni di stress questa continua stimolazione viene disturbata e i ricordi a breve termine si vaporizzano.
Un esperimento sui topi ha chiarito il meccanismo. Messi in un labirinto progettato per testare la loro memoria di lavoro e sottoposti a stress, nella fattispecie un forte rumore bianco, i topini si dimostravano assai meno capaci di arrivare alla fine del percorso. Dozzine di neuroni sotto osservazione a lavoro nel cervello dei topi erano in piena attività e lo stress li ha stimolati ulteriormente. Peccato che ciò che erano impegnati a fare non fosse ricordare il percorso del labirinto, bensì reagire ad altri stimoli molto meno utili.
Nonostante il labirinto fosse disseminato di pezzetti di cioccolato che costituivano il premio per aver percorso un altro pezzo di strada nella giusta direzione, i topi sotto stress non riuscivano a ritenere l'informazione di dove fossero le ricompense. Il risultato è che se le cavie riuscivano a raggiungere la fine del labirinto il 90% delle volte in condizioni normali, sotto stress la percentuale di successo crollava al 65%.
Lo stress quindi, concludono i ricercatori, "non sopprime ma modifica la natura dell'attività che si svolge all'interno della corteccia prefrontale. Trattamenti che mantengano i neuroni concentrati sul loro compito di autostimolazione, e capaci di isolarsi dagli stimoli esterni può aiutare a proteggere la memoria a breve termine".
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